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12 novembre 2015

Chi è pescato da Gesù non muore

 
Durante la Liturgia di apertura dell’anno giubilare per l’ottocentesimo anno del nostro ordine è risuonata in modo quanto mai significativo e solenne la celebre espressione di san Pietro rivolta al Signore: “ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Sull’esempio degli Apostoli, ogni frate predicatore, e più in generale ogni religioso ha compiuto questa scelta radicale orientata al Cristo professando i consigli evangelici tra i quali occupa un ruolo non secondario la povertà.

La formula di professione domenicana, come in molti hanno potuto osservare, enuncia la sola obbedienza, che tuttavia regola in modo mirabile anche la castità e la vita povera. In questi primi anni di vita religiosa ho potuto, giorno dopo giorno, rendermi conto di quanto l’osservanza del voto di povertà non corrispondesse al semplice consegnare il denaro ricevuto al superiore.

Occorre uno sguardo più approfondito e sincero che conduce a contemplare, soprattutto nella vicenda del nostro Santo Padre Domenico, la capacità di porre ogni cosa in comune, non solo i beni materiali, ma soprattutto la totalità della propria persona, incluse le diverse esperienze ed acquisizioni teoriche che contribuiscono, nel tempo, ad arricchirla e farla crescere.
In questo spirito di povera condivisione, ho deciso durante una delle nostre consuete preghiere settimanali innanzi all’Arca di san Domenico di proporre ai miei confratelli e a quanti erano presenti una breve meditazione su un brano del Vangelo di Marco sul quale mi ero trovato a riflettere e studiare nelle settimane precedenti per poter ottemperare ad un nuovo impegno di apostolato nel quale sono stato coinvolto. In questo stesso spirito metto ora per iscritto queste mie riflessioni per poterle offrire anche alle altre persone che vorranno ad esse accostarsi, consapevole anche che, non certo le mie parole, quanto piuttosto il breve brano evangelico alla base di queste, costituisce una autentica miniera d’oro per tutti coloro che sono in cammino alla sequela del Signore, per quanti sono indecisi e per tutti coloro che, su questo cammino, vivono momenti di scoraggiamento e vorrebbero forse tornare sui propri passi.

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro:venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” e subito lasciarono le reti e lo seguirono”. (Mc 1, 16-18)
 
 

Un primo sguardo a queste poche righe in cui l’Evangelista narra la chiamata dei primi Apostoli del Signore, Pietro e Andrea, ci permette di sottolineare come questa vocazione avviene mentre i due svolgevano il loro ordinario lavoro di pescatori. Chi conosce in modo leggermente più approfondito la Sacra Scrittura non troverà in questo nulla di strano: sempre, nella narrazione biblica le più importanti chiamate avvengono nell’ordinarietà del quotidiano. Notiamo, a titolo di esempio, quanto riferisce circa la sua personale esperienza il profeta Amos: “Non ero profeta, né figlio di profeta, ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro, il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge, il Signore mi disse: vai, profetizza al mio popolo Israele”. (Am 7,14-15)
 

Il Nuovo testamento ci presenta almeno due altri grandi esempi. Anzitutto l’Annunciazione della Beata Vergine Maria e, successivamente, il celebre racconto della conversione di Saulo, che diverrà l’Apostolo san Paolo. Anche lui è chiamato nella normalità della sua vita, poco importa se questa era la persecuzione ostinata e violenta della Chiesa delle origini.
 

Dobbiamo riappropriarci della nostra quotidianità, che spesso temiamo e fuggiamo quasi vergognandocene. Qui il Signore si nasconde per condurci sui suoi sentieri.
 
Chiamando i primi Apostoli, il Signore Gesù promette di renderli “pesatori di uomini”, Quella che si presenta come un’evidente allegoria dell’attività apostolica della Chiesa volta alla salvezza delle anime racchiude in sé una curiosa originalità: la pesca è strumento di morte, i pesci imprigionati nelle reti sono destinati ad una morte dolorosa. Dobbiamo quindi sospettare che Cristo voglia catturarci e farci morire?
In realtà, come sottolinea Remigio, riportato da san Tommaso d’Aquino nella sua Catena Aurea, il Figlio di Dio vuole pescarci dall’abisso oscuro dell’incredulità e della lontananza da Dio per farci giungere alla luce della fede. Dunque chi è pescato da Gesù non muore, piuttosto è vivificato dall’azione benefica del Verbo di Dio.
A questa mirabile opera apostolica, insieme alla Chiesa intera, sono chiamati a collaborare con tutte le loro forze , da ottocento anni i frati predicatori, figli di san Domenico.
È necessario però compiere un gesto di prudente umiltà nell’accettare di essere istruiti e plasmati dal Signore. Quando egli si rivolge ai suoi primi Apostoli usa il futuro “vi farò pescatori di uomini”. In effetti, dopo aver deciso di seguire il Maestro, i discepoli sono stati impegnati in un lungo e difficile cammino di preparazione al futuro caratterizzato da gioie e consolazioni, ma anche da insuccessi, cadute e rimproveri severi.
 

Ciascuno di coloro che si pongono alla sequela di cristo deve saper imparare, consapevoli di quanto la fretta possa essere una cattiva ed insidiosa consigliera. Occorre, superando le inapprezzabili esaltazioni, stare con il Signore, studiare la sua Parola ed accogliere come provenienti da lui i saggi consigli dei superiori e direttori spirituali, cercando di comprendere sempre meglio quello che egli ci chiede.
Fondamentale è quindi non contare mai sulle proprie singole forze, forti nella convinzione che il primo ed autentico pescatore di uomini è Cristo stesso con la rete della Croce. Tutti i risultati che riusciremo ad ottenere, visibili o invisibili che siano, non sono altro che un suo dono di grazia al quale possiamo ricambiare solo con la nostra fedeltà priva di condizioni.

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